BARTOLOMEO

iii ARESE

Io, Bartolomeo Arese

IL “DIO DI MILANO”

(1590 o 1610 – 1674)

“L’ora passata non può tornare”, ma cosa il mio nome fu al mio tempo ora vo’ a raccontarlo.

Bartolomeo III Arese, Conte di Castel Lambro: chi non conosce il mio nome non è del mio tempo. E, allora, racconterò io stesso chi fui e cosa feci per avere la fama che mi accompagnò per tutta la mia vita. Non che sia stata solo fortuna, eh, sia chiaro, non mi sono mancati né nemici né disgrazie: ho vissuto un tempo afflitto da pestilenze, guerre e, come se questo non bastasse, mi è toccato pure imparare lo spagnolo. Se vi sembra cosa da poco, calma: non è stata certo questa l’unica impresa che mi è riuscita. Innanzitutto, la mia venuta al mondo: sono nato a Milano in un tempo in cui la mortalità infantile era altissima (tanto tra i ceti abbienti tanto in quelli miserabili). E dal momento che non mi ha stroncato nessuno dei morbi che falcidiavano gli infanti in fasce, mio padre, il Conte Giulio Arese, illustre Presidente del Senato, pensò bene di mandarmi a studiare dai Gesuiti a Brera, così come era buona norma nelle famiglie del mio rango, con la speranza che ricalcassi le sue orme e continuassi la tradizione di famiglia. Appena quattordicenne fui avviato, infatti, agli studi giuridici presso l’Università di Pavia, il solo ateneo in terra lombarda al mio tempo. Ero così bravo che ottenni l’iscrizione al Collegio dei Dottori Legisti di Milano a soli 22 anni, anziché ai 24 previsti dai regolamenti: l’avvocatura non era solo nel corredo di famiglia; la esercitavo con talento e una capacità che sembrava arrivarmi proprio da un destino scritto per me. "Un’altra disgrazia, insomma”: non so darvi del tutto torto, se lo state pensando. Ma è anche vero che, da quel momento, la mia carriera pubblica è un susseguirsi di incarichi che mi vengono assegnati, in parte, perché “figlio di papà” (in senso letterale: li ho ereditati dal mio genitore, una volta che questi venne a mancare) e, in parte, perché riconoscevano in me giustizia, prudenza e sapere nelle cose di governo. E così, da mio padre, ho ereditato il titolo di Conte e il seggio nel Consiglio dei Sessanta Decurioni di Milano; con le mie forze e in virtù del mio rango mi sono costruito passo passo il resto della mia carriera: Capitano di Giustizia nel 1636, questore del Magistrato Ordinario nel 1638 (poi, ne sono diventato il presidente), senatore e membro del Consiglio Segreto di Spagna nel 1641 e, infine, reggente onorario del Supremo Consiglio d’Italia (in pratica, sono stato chiamato a Madrid come Ministro rappresentante di tutti gli affari italiani della corona spagnola. Mica male, no?).

La consacrazione del mio potere e del mio successo personale arrivò, però, nel 1660, quando fui chiamato a presiedere il Senato di Milano, proprio come era toccato a mio padre: si trattava dell’incarico più prestigioso cui potesse ambire un patrizio milanese. Il Senato, infatti, era rimasto saldamente nelle mani di noi, nobili milanesi, anche se assoggettati a una potenza straniera, la nobilissima corona di Spagna. E il Senato era uno dei tribunali di ultima istanza più potenti d’Europa: neppure il Cattolicissimo Re di Spagna poteva interferire col suo operato. In virtù dell’indipendenza di questa istituzione cittadina e di tutti gli altri incarichi rivestiti, insieme alla mia assidua attività politica e diplomatica, fui riconosciuto dallo stesso re di Spagna Filippo IV “il Dio di Milano”: un po’ di rispetto, insomma, me lo ero davvero guadagnato. Del resto, la corona di Spagna aveva capito per tempo che quell’impero “su cui non tramontava mai il sole” aveva bisogno dell’appoggio dei potentati locali. E chi poteva svolgere quell’intensa attività diplomatica e politica di mediazione tra il potere spagnolo e la nobiltà milanese se non io? “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e io lo avevo bene in mente. Il compito che mi ero dato era quello di costituire una coalizione tra le famiglie del patriziato cittadino, capace di seguire una strategia comune di autotutela in dialogo con l’autorità spagnola e gli altri centri di potere italiani ed europei. Fu così che cominciai a stringere intorno allo stemma del mio casato i nomi delle più ricche e prestigiose famiglie di Milano: i Borromeo, i Visconti Borromeo, gli Omodei, gli Archinto. Un’abile politica matrimoniale avrebbe permesso di stringere ancora di più l’alleanza politica: saremmo stati un solo, grande clan familiare con un’unica strategia politica e una maggiore garanzia per i nostri ingenti patrimoni, perché sarebbero rimasti tra i rami di questa famiglia allargata, senza dispersioni. La nostra ricchezza sarebbe rimasta a Milano e sotto le nostre insegne. E, insieme alla ricchezza, girano anche il potere e la capacità di negoziazione con la politica: lo avevamo già chiaro ai miei tempi.

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Un ulteriore manifesto del programma politico che univa tutte le nostre casate si legge nelle decorazioni dei palazzi che costellano la campagna milanese: tutte le più grandi famiglie aristocratiche milanesi avevano possedimenti nell’area intorno alla città. Gli Arese, già all’epoca di mio nonno, Bartolomeo Arese il Vecchio, segnarono la vita di Cesano. Io ho cominciato a occuparmi compiutamente del buen retiro a Cesano a partire dal 1652: è diventato presto un cantiere-laboratorio, un modello a cui tutti guardavano. Ho scelto io di affrescare lo scalone d’arme con le insegne delle famiglie che rientravano nel mio programma politico: le ali nere della famiglia degli Arese sono accanto al Leone degli Omodei. Qualcuno ha paragonato la mia dimora alla straordinaria villa di Adriano a Tivoli o a quella di Cicerone a Frascati: è vero, ho fatto del mio meglio, invitando Arti e Scienze a dimorare nel mio nuovo Parnaso. Quello che, forse, non tutti sapevano è che la decorazione pittorica nel mio palazzo di Cesano seguiva di pochi anni quella di Palazzo Omodei a Cusano. Lì, il card. Luigi Alessandro Omodei, porporato conosciuto per la sua bontà, per la pietà, ma anche per la sua cultura e il suo instancabile lavoro di collezionista d’arte, aveva portato a Milano un nuovo gusto, quello che stava spopolando a Roma, e che vedeva trionfare il nome di Bernini. La foresta di colonne tortili, che abitano le pareti del salone d’onore nel palazzo di Cusano rappresentano una delle prime manifestazioni di queste novità in Lombardia. E in questo palazzo ero di casa anch’io, dato che avevo sposato Donna Lucrezia Omodei nel 1634, un matrimonio che si inscriveva proprio nel mio disegno politico e dinastico per il patriziato milanese. Quando incontrai Donna Lucrezia era già vedova e madre di una bambina, ma questo non rappresentava né un limite per la sua virtù né un danno per il mio onore. E Donna Lucrezia, figlia del Marchese Carlo Omodei, era dama di nobili qualità: mi colpì la sua singolare bellezza non meno della ricchezza del suo casato, derivante dalle innumerevoli attività dello zio Emilio Omodei, le cui ricchezze passarono addirittura in proverbio. Sebbene spinto da ragioni di rango e dal mio programma politico, il matrimonio con Donna Lucrezia è stato anche un matrimonio di anime affini: non a caso, volli fosse dedicato a lei l’Alleluja dei Concerti Ecclesiastici commissionati all’Illustre Teodoro Casati, primo organista del Duomo. Un canto di giubilo e di gloria, proprio quello che sentivo in cuor mio al suo pensiero.

Dal nostro matrimonio nacquero tre figli: Giulia, Margherita e Giulio. Adottai anche per le mie figlie una strategia matrimoniale che andasse a consolidare la mia politica di salvaguardia e così Giulia sposò appena sedicenne Renato Borromeo, quando questi aveva già superato la trentina; Margherita, appena raggiunta l’età da marito, andò in sposa a Fabio, nipote del card. Vitaliano Visconti Borromeo. Le speranze del futuro della mia stirpe erano, però, legate al mio unico figlio maschio. Mi adoperai perché seguisse la tradizione di famiglia, ma al Collegio dei Gesuiti di Brera cominciò a mostrare più di un’intemperanza. Un figlio ribelle, insofferente alle regole non scritte del nostro rango, va lasciato sfogare: di tutto quello che fece dai gesuiti non potei che ridere, in un primo tempo, ma doveva arrivare il momento di mettere la testa a posto. Pensavo che affidargli un incarico potesse insegnargli una forma di responsabilità, che gli facesse capire cosa significasse essere un ARESE: lo nominai questore del magistrato straordinario quando non aveva ancora compiuto 18 anni. Ma non fu che un tentativo miserabile: di lì a un anno, Giulio morì del male del suo vizio e nulla mi fu possibile fare per impedirlo; era l’ultimo giorno di marzo del 1665. Mi fu di qualche consolazione spirituale l’adoperarmi in opere di pietà, elevare chiese, abbellire la cappella funeraria di famiglia in San Vittore al Corpo, dove Giulio dormiva il suo sonno eterno. E tornare a Cesano, che restava il luogo nel quale la bellezza e il vino che vi si produceva confortavano ogni lamento. I timori per la successione non erano di poco conto: nel mio testamento nominai le mie figlie come mie legittime eredi, pur sapendo che avrebbero dovuto intraprendere una battaglia legale prima di vedersi riconosciuti i feudi, poiché passavano per discendenza maschile e volli tutelare anche la mia nobile consorte, perché nessuna di loro avesse preoccupazioni di sorta. Non lesinai nelle opere di pietà e nemmeno nei lasciti agli ordini religiosi. La mia anima tornò al Padre Celeste il 23 settembre 1674. Arrivai pronto all’appuntamento con l’eterno riposo: avevo lasciato più di quanto non avessi ricevuto in sorte. E soprattutto avevo già firmato il testamento. I cronisti scrissero che la mia morte aveva gettato nel dolore l’intero popolo di Milano, non solo i miei cari: la mia Lucrezia onorò le mie esequie in pompa magna. Di mio, voglio dirvi questo: ogni volta che alzate un bicchiere di vino, vorrei che pensaste alle vigne della mia amata Cesano, non meno che a quelle di Cusano. “Per lealtà mantener”, come recita il motto della mia famiglia. Oggi e sempre. 

Immagini ©

Testo: Emanuela Filippini

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ANTONIO CAMPI, “Ritratto di Bartolomeo Arese” (1560-70), Milano, Pinacoteca di Brera (opera non esposta)


La tela fu donata alla Pinacoteca nel 1962 dalla famiglia Radlinski di Milano. Grazie ad un antico cartiglio incollato sul retro del dipinto è stato possibile identificare il personaggio ritratto, che tiene in mano una moneta e indossa abiti civili, con Bartolomeo Arese il Vecchio, noto esponente dell’amministrazione finanziaria dello stato di Milano sotto la dominazione spagnola e tesoriere generale nel 1557, nonché committente di notevoli cicli ad affresco nella Milano degli anni sessanta del Cinquecento. Tradizionalmente assegnato a Giulio Campi, il ritratto pare piuttosto da attribuire al fratello Antonio, in anni vicini al settimo decennio (dal sito della Pinacoteca di Brera)