Io, Donna Lucrezia

UNA DAMA DI CASA OMODEI

(1612 – 1687)

Io, Donna Lucrezia, vidi la luce nella città di Milano nell’Anno del Signore 1612. Mia madre, Donna Beatrice della casa dei Lurani, discendeva da un’importante famiglia ben radicata in Brianza, i cui membri avevano avuto modo di distinguersi rivestendo cariche cittadine e acquistando vasti possedimenti terrieri. Anche mio padre, il Reverendissimo Don Carlo Omodei, primo Marchese di Piovera, apparteneva a un casato di antichissime origini, da cui erano nati giuristi, banchieri, uomini di spada e di tonaca.

Durante gli anni della mia prima giovinezza, non fu mio padre, ma il fratello, mio zio Emilio, l’uomo più in vista della mia famiglia: tutta Milano ne conosceva la ricchezza, tanto che cominciarono a chiamarlo “il ricco”. La buona sorte lo assistette a lungo, sorreggendo la sua ambizione: lo zio aveva creato il Banco di Sant’Ambrogio, una banca moderna che lo aveva portato a rapporti fitti con le famiglie dei grandi finanzieri genovesi: i Balbi e gli Spinola. Genova, del resto, era il centro di riferimento per la finanza europea. E dai Balbi non arrivarono solo i denari per la banca dello zio, ma anche il titolo di cui mio padre si fregiò per primo, avendo acquistato proprio da loro il Marchesato di Piovera.

Mio zio Emilio non si fermò alle operazioni finanziarie: ebbe modo di arricchirsi notevolmente anche col commercio, poiché a Milano avevano sede alcune delle attività più redditizie, come le botteghe degli orafi, a cui faceva capo la produzione delle splendide corazze da parata, destinate ai sovrani e ai grandi uomini d’arme di tutta Europa.

La sua straordinaria abilità e la fortuna economica che andava accumulando non mancarono di fargli guadagnare malelingue e insinuazioni all’onore: rischiò il carcere ben due volte e finì per essere accusato di aver trafficato coi Savoia, nemici del nostro amato Re di Spagna. Un’accusa infamante che, tuttavia, non ci fece perdere il suo ingente patrimonio: poiché lo zio Emilio morì senza figli, toccava alla discendenza di mio padre riceverne l’immensa fortuna. Secondo le consuetudini del tempo, l’eredità sarebbe andata al primogenito maschio, ma fui io la prima nel grembo di mia madre: le imprecazioni al Cielo di mio padre alla mia nascita dovettero accompagnarsi immediatamente alla promessa di generare quanto prima un altro figlio. E di sesso maschile, questa volta.

La sorte non fu benevola: nonostante le numerose gravidanze affrontate e portate a termine, dare un erede al casato si mostrò un’impresa tutt’altro che semplice. Dopo di me, nacque la seconda figlia femmina, mia sorella Chiara (che, poi, andò in sposa a Giovanni Pietro Affaitati, marchese di Soresina) e subito dopo il figlio maschio tanto atteso, Giovanni Giacomo III, ma questi morì all’età di 27 anni, vanificando le aspettative che erano state riposte in lui. Anche il quarto figlio fu salutato con una grande festa: di nuovo un maschio in casa Omodei, ma Carlo Giovanni Battista II morì che era ancora un infante. I timori per la continuità della stirpe si dissiparono solo con la nascita di Agostino III: fu il primo figlio maschio che riuscì a sopravvivere ai nostri genitori. Era finalmente arrivato l’erede che mio padre tanto agognava: il futuro del casato era salvo. Ma un solo figlio maschio vivente costituiva un rischio e così mia madre diede alla luce il sesto figlio, chiamandolo con lo stesso nome del bambino che aveva prematuramente perduto qualche anno prima, Carlo Giovanni Battista III: fu avviato alla carriera militare, come era consuetudine per i figli cadetti. Poi, fu la volta di Luigi Alessandro (il futuro cardinale), Francesco Maria (uomo d’arme) e infine Beatrice Eleonora e Costanza (che si fecero suore domenicane presso il monastero di Santa Maria della Vittoria di Milano). Undici figli in tutto in casa Omodei: il leone dello stemma del casato avrebbe ruggito ancora a lungo.

Raggiunta la maturità, fui chiamata al mio destino di figlia femmina: fu deciso di darmi in sposa al giovane Cesare Visconti di Albizzate, del ramo di Somma, marchese di Cislago. Un matrimonio deciso alla stregua di un affare di Stato per il lustro delle nostre rispettive famiglie: non era certo l’amore a unire a suggello una dama e un gentiluomo nelle ragioni del nostro rango. Tuttavia, non avrei mai potuto immaginare cosa sarebbe successo di lì a pochi anni dalle celebrazioni: il 17 Marzo 1633, mio marito fu brutalmente assassinato dal cugino, il conte Carlo Marliani. Non per una questione di vil denaro, né per una rissa dopo aver alzato un po’ troppo il gomito, ma perché il Conte colse mio marito in vergogna con sua moglie, Antonia Pusterla. La disgraziata donna, per evitare essa stessa la morte, saltò dalla finestra della sua casa (ch’era in Milano, in via della Bagutta), rimediando una frattura alla gamba e una ferita per il colpo di archibugio che il conte non esitò a spararle. Mentre mio marito finiva sotto terra senza riguardo alcuno (dicevano che fosse inconfesso da sette anni), la Pusterla subì un processo, nel corso del quale raccontò di come venne in colpa col mio consorte. Venni, poi, a sapere che fu rinchiusa in un monastero a Tradate e dopo 20 anni di vita religiosa il conte Marliani lavò l’onta e la vergogna una volta per sempre, portando la sua vendetta oltre il sacro cinto del monastero, infliggendole l’ultimo, fatale supplizio.

Una sventurata vedova con una figlia ancora bambina, ormai orfana di padre: cosa mai potevo aspettarmi?  L’ombra della fine del mio primo matrimonio accelerò la volontà della mia famiglia di cancellarla: si mise di nuovo in moto la macchina delle contrattazioni matrimoniali. “Con la virtù come guida e la fortuna come compagna”, la mia vedovanza non durò neppure un anno. Nel 1634 diventai la moglie del conte di Castel Lambro Bartolomeo III Arese, l’uomo che di lì a un decennio sarebbe diventato il “Dio di Milano”, come ebbero ad appellarlo alla corte di Spagna. Occupò tutte le cariche più prestigiose, arrivando a costruire un’eccezionale carriera, che ne mise in luce tutte le abilità politiche, sociali e personali. Anche il nostro matrimonio rientrava in un disegno molto più ampio: l’ambizione di Bartolomeo era quella di creare alleanze coi più importanti casati milanesi, contrastando le ambizioni egemoniche spagnole. I matrimoni e i conseguenti legami di parentela avrebbero rafforzato l’interesse comune, impedendo al tempo stesso l’eccessiva dispersione dei patrimoni.

Per tutte queste ragioni, ero ben consapevole di quanto fosse importante garantire un erede al casato di mio marito e così i nostri figli arrivarono presto: un maschio, Giulio II, e due femmine, Giulia e Margherita.

Di Giulio, ricordo ancora le marachelle: quella volta che ingannò suo padre, facendogli credere di essere a letto a dormire, mentre sotto le coperte c’era una fascina abbigliata con la camicia e il berretto da notte… Il Conte non poté trattenersi dal ridere nel vedere l’astuzia del figlio e venne di corsa alla mia camera, mentre io giacevo già a letto, per raccontarmi cosa aveva appena visto, incuriosendomi a tal punto che dovetti alzarmi per vederlo coi miei occhi! Nessuno rimproverò Giulio: fingemmo tutti di non esserci accorti dello scherzo, ma col passare degli anni, quelle che apparivano intemperanze giovanili finirono per condurlo sul viale sdruccioloso della perdizione. E, così, un destino beffardo sembrò inseguirmi: come i miei genitori, anche io e il mio nobilissimo marito fummo colpiti dall’irrimediabile. Il nostro unico figlio maschio morì prematuramente l’ultimo di marzo del 1665 all’età di 19 anni per gli effetti del mal francese, contro cui non poterono nulla neppure il potere, il prestigio e la ricchezza del grande Bartolomeo Arese, suo padre. Dominus dedit, Dominus abstulit, sicuti placuit Deo ita factum est, sit nomen Domini benedictum (“Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore” – Giobbe, 1,21 – 22) 

Con la morte di Giulio, tutto sembrò cadere in un lungo inverno di gelo e di tristezza: per temperare il dolore della sua dipartita, riparammo spesso tra il verde e l’azzurro del palazzo di Cesano, “memoria eterna della gran mente” del mio nobilissimo consorte. Tra dei e puttini, figure allegoriche, scene di vita quotidiana e verzure, lasciammo che l’illusione della pittura consolasse il nostro patire, insieme alla natura lussureggiante in cui era immerso il palazzo: la raffinata bellezza in cui ci ritrovavamo immersi pareva suggerire un ordine anche per le vicende umane che avevano così impunemente colpito i nostri cuori. Il mio amato consorte, però, non ebbe a sopravvivere a lungo alla perdita: dopo aver onorato la sua esistenza con una prudenza inarrivabile in tutte le cose, una fede immacolata verso nostro Signore e il re di Spagna, serviti con l’esercizio della giustizia e della carità, all’età di 64 anni, restituì la sua anima al Cielo. Sopportò inarrivabili tormenti con rassegnazione e timor di Dio e, quando terminò il supplizio, tutta la città lo pianse. Toccò a me rendere l’estremo saluto adeguato alla grandezza siffatta del mio consorte, accompagnandolo con tutti gli onori alla sua ultima dimora: la cappella gentilizia che sé medesimo fece costruire presso la chiesa di San Vittore al Corpo in Milano.

 Era il 1674. E io rimasi di nuovo sola.

Le mie figlie avevano già da tempo contratto matrimonio: assecondando i disegni del padre, Giulia si era unita appena sedicenne al nobilissimo Conte Renato II Borromeo e Margherita era stata data in sposa al reverendissimo conte Fabio III Visconti Borromeo, mentre Anna, la figlia del mio primo, sfortunato matrimonio, era già vedova, come me, di due mariti.

La vita e la morte vanno a braccetto e l’una può cedere all’altra in ogni momento: il mio eccellentissimo consorte aveva un motivo in più per pensarci, proprio perché l’unico erede maschio diretto ci era stato strappato anzitempo. Il patrimonio era ingente, non si poteva rischiare un’eccessiva frammentazione o, peggio ancora, la dispersione: decine di migliaia di pertiche di terreni su cui gravavano diritti feudali, case e botteghe, redditi su diverse entrate statali, oltre alle nostre residenze, naturalmente, il sontuoso palazzo sulla strada di Porta Vercellina a Milano e l’amato complesso di Cesano. A tutto questo, bisognava aggiungere la preziosa biblioteca giuridica, che il nobilissimo mio sposo non esitò a lasciare al Senato, la massima autorità milanese, di cui era stato presidente al culmine della sua carriera pubblica; solo qualche volume in doppione andò al nipote Agostino. L’assenza di un erede diretto, però, non impedì al mio eccellentissimo consorte di disporre ogni cosa come meglio credeva: nell’asse ereditario, menzionò Giulia e Margherita come titolari dell’intera eredità universale e nominando la mia persona quale usufruttuaria generale dei beni lasciati in eredità. Alle mie figlie furono affidati anche i feudi, pur non essendo ancora ammessa dalla legge la successione per via femminile. Prima ancora che il fisco regio lo reclamasse, le mie figlie contattarono un avvocato. La vicenda andò avanti per due anni: si risolse solo dietro il pagamento di una somma stabilita dal fisco, dopo aver verificato sulle carte di infeudazione che vi fossero le condizioni per l’eccezionale subentro delle donne nella linea di successione. Col controllo dei documenti e il pagamento di quanto richiesto, Giulia e Margherita entrarono in possesso a pieno titolo anche dei feudi paterni: le volontà del mio amatissimo consorte venivano, alla fine, rispettate. Nutriva in me la massima fiducia, lo volle far scrivere anche nel suo testamento e fu lui a indicare in quelle carte quello che sarebbe stato il mio destino negli anni della mia vedovanza: tra le innumerevoli opere caritatevoli a cui decise di destinare le sue sostanze, stabilì di devolvere una somma annuale di 5 mila lire al monastero milanese delle “serve di Maria”, a patto che introducessero la clausura, così come fecero nel 1680. In questo convento, in Porta Vittoria, io trovai finalmente la pace: decisi di ripararvi per dedicarmi a opere di pietà e di carità per la gloria e la benevolenza di Nostro Signore. Commissionai anche lavori di migliorie all’architetto Quadrio, che aveva già lavorato alla cappella che ospitava le spoglie del mio amatissimo consorte, e ne feci la mia ultima dimora, quando per mia volontà decisi di essere tumulata sotto l’altare della chiesa di San Filippo Neri, così come avvenne alla mia morte nel 1687. In quel luogo, insieme alle monache che diedero conforto alla mia solitudine e mi aiutarono nell’esercizio della preghiera per la grandezza di Dio e la salvezza di tutte le anime.

 

Ma se la mia storia non è altro che quella di una delle tante donne del tempo in cui vissi, vorrei che mi incontraste là dove sono stata, su tutto, una donna amata e felice: nella pace e nella bellezza del Palazzo di Cesano (dove il mio ritratto è tornato finalmente accanto a quello di mio marito) e nella meravigliosa cornice della mia infanzia, il Palazzo di casa Omodei a Cusano.

 

Io, Donna Lucrezia di casa Omodei, fedelissima e amatissima sposa del reverendissimo Conte Don Bartolomeo Arese, così vissi, così scrissi.

Immagini ©

Testo: Emanuela Filippini

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